Voltando l’ultima pagina di questo libro rimani come sospeso, immerso nei tuoi pensieri.

Se non ci credete provate a leggerla, allora, la storia dell’estate di queste due ragazzine appena adolescenti, Anna e Francesca, che vivono in via Stalingrado nei palazzoni di case popolari costruiti per gli operai durante il boom economico.

Non so se chi non c’è mai vissuto possa capire cosa significhi crescere in questi alveari di cemento che brulicano di vita sfacciata, maleducata. Cosa significhi spostarsi attraverso ruderi di industrie e ciminiere abbandonate, perennemente inseguiti dai fumi mefitici dell’unica ancora rimasta in piedi.

Per questo l’opera prima della Avallone, ti fa meditare, perchè quella è vita vera. La vita di fuori che fa a botte con la vita di dentro, quella uguale per tutti, che tu nasca in quartiere residenziale o in via Stalingrado dove tutto ti lascia in bocca il sapore della polveri del ferro.

La scoperta del corpo, del sesso, dei primi baci. La corsa sfrenata verso un futuro che sembra doverti tutto, verso una terra promessa che può essere così vicina, come lo è per loro l’isola d’Elba, da ricordarti in ogni momento che esiste un modo diverso di vivere.

Ma si può raggiungerla davvero quando sei nato e cresciuto in via Staligrado? E’ riservato loro un destino diverso da quello dell’acciaieria, dei pomeriggi al bar, della coca che renda sopportabile il sapore dell’acciaio?

“Tu sei convinto che devi avere di più, di più, ogni giorno che passa. Che questa è la logica delle cose” pensa Anna “Invece capita che hai dimeno, di meno, ogni giorno che passa”, ma “non è qualcosa che perdi. E’ qualcosa che perde te”.

Una vita dura come l”Acciaio”, il primo romanzo di Silvia Avallone ultima modifica: 2010-02-09T16:20:58+00:00 da Sonia Lombardo
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