Scrivere narrativa è considerato un lavoro duro e, soprattutto, solitario. Se un libro è frutto di una visione fantastica, dell’intuizione unica dell’autore e del suo stile, non è chiaro come possano esistere i collettivi di scrittura. Se l’opera, poi, appare del tutto omogenea, qualcuno potrebbe chiedersi se non esista realmente la telepatia o la coscienza collettiva.

Nel caso di Agaraff, la spiegazione è più semplice: il metodo e il substrato culturale del trio rappresentano una solida base su cui costruire l’opera. Il metodo garantisce uniformità stilistica, la cultura rappresenta l’insieme delle categorie mentali a cui attingere per scambiarsi le visioni da tradurre in scrittura.

Un’opera agaraffiana nasce sempre con una discussione più o meno lunga, condotta faccia a faccia: in questa fase è molto importante l’interazione tra i partecipanti. Il tema può essere vario, da un’idea appena abbozzata alla discussione approfondita di una trama frutto di riunioni precedenti. Il risultato è un documento di riferimento con idee, annotazioni a margine, brandelli di dialogo, URL e bibliografia di riferimento, qualche volta scene e trame più dettagliate. Questo processo è reiterato, anche a distanza (tramite email), fino al raggiungimento di una massa critica di materiale. Il documento finale diventa il riferimento a cui il trio si atterrà per lo sviluppo dell’opera.

Inizia ora la fase di scrittura vera e propria. Ognuno dei tre scrive a turno, secondo tempi e modi a lui congeniali, con l’unico vincolo di inviare il manoscritto agli altri entro un tempo limite fissato (tipicamente una settimana, eccezionalmente dieci giorni).

Successivamente, chi prende in carico l’opera ha facoltà di apportare qualunque cambiamento ritenga necessario, sia nella struttura che nello stile, con l’unico obbligo di motivare le modifiche più corpose e sostanziali. Il processo si ripete fino alla fine dell’opera. A volte capita che qualcuno faccia solo revisione, altri scrivano solamente nuovi paragrafi (magari anche in ordine sparso), ma il contributo più importante che tutti danno è quello della continua rilettura.

Il confronto con gli altri componenti del gruppo arricchisce la scrittura e aiuta a eliminare le imperfezioni del testo. Il processo iterativo permette di introdurre elementi di novità nella storia, superando i limiti e i difetti della sceneggiatura iniziale. Per certi versi, il processo di scrittura di Agaraff ricorda metodo dell’imbianchino: le varie mani di vernice che finiamo per sovrapporre tendono a conferire all’opera uno stile uniforme, diverso da quello di ciascuno dei tre componenti del gruppo.

Ad ogni iterazione del trio, infatti, la prosa subisce modifiche finché non raggiunge una forma che tutti e tre gli autori considerano accettabile.

Nella prossima lezione del collettivo Paolo Agaraff scopriremo come condividere visioni e strumenti per scrivere un romanzo a più mani. Non perdetevi la seconda parte de “Il metodo dell’imbianchino”

Come scrivere un romanzo collettivo: il metodo dell’imbianchino (parte prima) ultima modifica: 2011-03-14T20:40:01+00:00 da Sonia Lombardo