Scritto da Grenar, 2007-2008
Pubblicato in “Frittology”, antologia a cura della Carboneria Letteraria, Giulio Perrone editore.

Prova uno, due. Ok, registra. Ciao, mamma. State tutti bene? Io… io mi sto abituando. Il lavoro è duro, ma se penso a voi la fatica non mi uccide. E poi l’operazione è andata benone, ora respiro l’atmosfera del pianeta senza mascherine.

Papà è guarito? Maura come sta? Lo so che non dovrei pensare a lei dopo quello che mi ha fatto… ma vorrei tanto sapere che fa, come vive.

Sai, è un mondo prodigioso, questo. Il popolo che l’ha creato ne è orgoglioso e ne ha tutti i motivi: ha spinto una roccia polverosa persa nello spazio vicino a un sole più grande e forte del nostro; l’ha riempita di vita, piante, foreste, ha generato l’oceano e i suoi pesci, e tutte le creature mai esistite…
Vorrei farti vedere, mamma, quanta luce hanno i prati blu, appena dopo un acquazzone, baciati dal sole bianco che riempie metà del cielo. A volte nelle pause del lavoro giochiamo a pallone nell’erba umida. Così la nostalgia brucia di meno.

Io penso. A tutto. Al contratto di dieci anni che ho dovuto firmare. Al viaggio, alla Terra che si allontanava nello spazio. All’inizio Maura aveva accettato di stare lontana da me per così tanto. Nessuno ci aveva avvisati della fregatura: l’atmosfera del pianeta accelera il processo di invecchiamento nei terrestri non-mutati. Al mio ritorno avrei trovato un fiore di donna di trent’anni appena, ma io ne avrei dimostrati sessanta e più. L’infermiera a un vecchio, avrebbe fatto; non la moglie.

Per questo l’ho perdonata.

Non abito più nel rifugio. Sto da un nanotecnologo che affitta camere. In verità la mia camera è scavata nella stalla dove tiene i calibani e i fosforofagi, ma c’è la porta blindata. Il mio padrone di casa è un discendente dei coloni della terza ondata. Ha un cognome italiano, ma non capisce una parola di ciò che dico e non sa niente di Madre Terra, del disastro provocato da noi, stupidi avidi umani. Crede che la storia cominci con lui. Io parlo bene la lingua standard. Leggo molto, voglio imparare tutto quello che sanno loro. Un giorno ci riconosceranno il diritto allo studio, e allora frequenterò un corso serale e diventerò un medico o un esploratore.

Sai, mamma, avevi ragione: il sole bianco ha smesso di emettere radiazioni mutagene. Però non so se è un bene. I primi coloni morivano come mosche; i loro figli mostruosi erano destinati a morire; ma qualcuno sopravvisse. Quei pochi nati con le mutazioni adatte, gli uomini-vulcano, gli anfibi, i ragni umani, le donne-alveare e i Terzo Occhio, si sono mescolati, uniti e moltiplicati. E mentre sulla Terra cominciava il Crollo Finale, e sparivano una dopo l’altra le cose piccole e grandi che facevano di noi una civiltà, loro ricostruivano, inventavano, si liberavano della nostra eredità maledetta. Ora sono una razza unica. E questo è il loro paradiso: nuova Madre Terra! Il sogno della vecchia America alla fine si è realizzato qui. Melting pot di mutanti.

Sì, lo vedo, qui, un futuro. Ancora non so se è il mio. I miei occhi… i miei occhi sono deboli, qui. I loro occhi, tre grandi specchi del colore che aveva una volta il mare, umani non sono più: si sono adattati a un pianeta dove il blu è il colore dominante. Ciò che vedono rosso, lo chiamano rosso; ma la loro lingua ha quattromila parole per il blu. Il loro cervello percepisce tutte quelle sfumature! Io vedo una sola cosa, là dove ce ne sono quattromila.

Il mio sangue è uguale al loro: è rosso. Ma non esiste una parola per me. Ai loro occhi, che non riescono a vedere il rosa pallido della mia pelle, io non ho colore. Io sono l’assenza di colore. E gli abitanti di questo mondo perfetto sono gentili e tolleranti, ma non mi vedono davvero, e sento che di me hanno paura. Anni luce lontano da casa, mamma, mi sono accorto di essere nero.

Quattromila sfumature ultima modifica: 2010-09-09T11:40:35+00:00 da Sonia Lombardo
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