Estratto da Narrativa in 140 caratteri, genesi della Twitteratura”.

Molti scrittori e intellettuali si sono scagliati contro Twitter a causa dell’effetto corrosivo che sembra stia avendo sul linguaggio delle generazioni native digitali.
Noam Chomsky sostiene che questa comunicazione estremamente rapida, fatta di messaggi stringati, acronimi e simboli, non consente una connessione profonda e reale tra le persone.
Insomma, la superficialità regna sovrana e ognuno accedendo al proprio account ha molta più voglia di raccontare se stesso, che ascoltare gli altri.

E a proposito di narcisismo diffuso, hanno fatto molto scalpore anche le parole dello scrittore Jonathan Franzen: “è indicibilmente irritante, rappresenta tutto ciò a cui mi oppongo.
(…)L’effimero sound-byte di Twitter è l’antitesi della letteratura, che cerca l’immortalità.”

Eppure, proprio nella Rete si possono trovare delle scappatoie dalla superficialità – per chi ha voglia di cercarle – esistono svariate applicazioni finalizzate alla cura dei contenuti, che consentono cioè di effettuare delle ricerche mirate, secondo determinate parole chiave o argomenti, tra le centinaia di status pubblicati sulle piattaforme sociali, raccogliere e ripubblicare i risultati così ottenuti dando loro una struttura narrativa e quindi un senso di continuità a quella che altrimenti sarebbe solo una raccolta di battute messe insieme alla rinfusa.

Tra tutte citiamo la più nota, ma certamente la migliore, Storify.

Social media content curationNata nel 2010 da un’idea di Xavier Damman, l’applicazione consente di selezionare i contenuti pubblicati sui social network della Rete, non solo Twitter, quindi, ma anche Facebook, YouTube, Flickr, Instagram, per riorganizzarli in un nuovo formato più coerente sia sotto il profilo del contenuto che dello stile grafico.

Insomma, si possono costruire delle vere e proprie storie mettendo insieme aggiornamenti di stato, foto e video relativi ad un determinato tema, evento o umore magari; storie che possono essere sempre aggiornate di nuovi elementi, sono interattive e condivisibili da chiunque voglia ripubblicarle su di un blog, un sito o ancora un altro social network.

 

Abbiamo Twornal, che permette invece di vendere dei veri e propri libri, in formato cartaceo, in cui vengono raccolti i tweet dal proprio account.

Twitter booksPerò le limitazioni che presenta l’applicazione sono ancora molte, ad esempio non si possono rimuovere specifici tweet e per stessa ammissione dei gestori, la qualità della versione digitale dei libri risulta piuttosto scarsa rispetto al cartaceo; d’altronde la loro mission è più che altro quella di realizzare dei gadget e non dei prodotti per il mercato editoriale.

“Over time tweets can tell a story or remind us of moments. In 20 years we don’t know whether twitter will be around but your Twournal will be.”

 

A non prevedere limiti è TweetBook, applicazione web based sviluppata dalla sturt-up italiana U10.

TweetbookAnche questa ancora in fase di testing, eppure mostra già degli aspetti curiosi ed interessanti. Infatti, oltre a proporre la realizzazione di libri digitali basati su specifici flussi di tweet, i cinguettii più interessanti di un account potranno essere stampati fisicamente su dei rotolini di carta dalla lunghezza potenzialmente infinita, come a voler sottolineare quella che abbiamo imparato essere la caratteristica dello storytelling su Twitter: non chiudere mai una storia all’interno di un formato fatto e finito.

 
Riusciranno queste applicazioni a superare le criticità finora evidenziate?

Da Twitter al libro, strumenti per lo storytelling ultima modifica: 2013-04-15T12:07:53+00:00 da Sonia Lombardo
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