Come ho già detto, lui lo conoscevo come qualcuno che era riuscito a realizzare il sogno di uno stile di vita indipendente, da nomade digitale (si fa chiamare Wandering Wil). Poi, ho seguito la genesi del suo libro “Sulla strada giusta”, il successo con le 10mila copie vendute su Amazon e infine il passaggio ad una casa editrice tradizionale. Oggi, come direbbe la Carrà, finalmente Francesco Grandis è qui!

Ho voluto intervistarlo in occasione dell’uscita di “Da Zero a Diecimila”, ebook in cui ripercorre un po’ le tappe del suo percorso, non per chiedergli i soliti consigli sulla promozione e l’autopubblicazione, ma perché in questa guida Francesco parla anche degli scazzi: “Ci sono state molte difficoltà, molte notti insonni e molte formalità e impegni di cui sinceramente non avrei voluto farmi carico”.

Ecco qualcosa di cui quasi nessuno parla, mi sono detta, ovvero cosa succede dopo? Dopo che ti accorgi che il tuo libro comincia a vendere bene? Ma lascio a lui la parola…

Come si gestisce il successo? Quali sono le cose a cui devi far fronte?

Quando si autopubblica un libro, di fatto ci si sostituisce a una casa editrice in tutti i compiti che le spetterebbero: editing, impaginazione, grafica, distribuzione, promozione e relazioni pubbliche.
Nel mio caso, dopo l’uscita di “Sulla strada giusta” le fasi di lavoro che hanno richiesto più tempo ed energia sono state la promozione e le relazioni con il pubblico: organizzare presentazioni, pubblicizzare il libro, promuovere i miei contenuti e, in generale, farmi conoscere.
Tutto questo si è tradotto in ore e ore passate a scrivere mail, rispondere a messaggi privati, creare nuovi contenuti per il blog o per i social, e nella sponsorizzazione degli stessi. In pratica, anche se le vendite andavano bene, il libro riceveva buone recensioni e il passaparola era avviato, dovevo essere sempre “presente” per sostenere il volume delle vendite. Appena staccavo un attimo, diminuivano.
È stato pesante, per me: non ho il carattere di un venditore. Ho rischiato di cadere in un vortice ossessivo in cui controllavo le statistiche di vendita, quanti like o condivisioni aveva preso quel post, quanti follower ci fossero in più, come andavano le sponsorizzazioni, ecc. Numeri, numeri e ancora numeri, che mi hanno allontanato dal mondo delle parole. Il mezzo per far conoscere la mia scrittura mi stava impedendo di scrivere.
Questa è la parte del lavoro di cui avrei fatto volentieri a meno.

Parliamo di questioni fiscali, come e quando bisogna dichiarare i ricavi dalle vendite del self-publishing?

Domanda critica: sappiamo che le regole in italia non sono mai chiare né aggiornate, per quanto riguarda le novità tecnologiche, e le aree grigie sono moltissime. Invito quindi i lettori a non prendere le mie parole come verità assolute, e a rivolgersi a un commercialista competente, se possibile. Chiedo inoltre scusa per la mia terminologia forse non appropriata, ma sono un ex-ingegnere reinventato scrittore, sapete com’è.
Terminate le premesse, ecco quello che so: va distinto il ricavo percepito come diritti d’autore (royalties) dal ricavo percepito come vendita.
I ricavi derivanti dalle vendite degli ebook tramite gli store (come Amazon Kindle) o dei cartacei tramite i servizi di Print On Demand (come Amazon Createspace) figurano tutti come diritti d’autore: il libro è venduto da terzi, e l’autore riceve una percentuale, cioè le royalties. In periodo di dichiarazione dei redditi si inserisce il totale delle royalties percepite nell’apposita voce; a quel punto si pagheranno le normali tasse sul reddito. Questa è la parte facile.
Il “problema” viene con i guadagni derivanti dalle vendite dirette, cioè i libri venduti dall’autore alle presentazioni o attraverso i servizi di vendita online (Amazon Seller, Ebay, ecc.).
In quel caso il ricavo è derivante da “vendita” e l’attività si configura a tutti gli effetti come editoria. Per fare le cose in regola bisognerebbe aprire una Partita IVA come editore e gestire le vendite come farebbe una normale impresa. Esagerato? Certo, ma in Italia manca la legislazione per coprire il caso dell’autore che vende i suoi prodotti in autonomia, purtroppo.
Ora, parliamoci chiaro: sappiamo bene che aprire una Partita IVA in Italia non è decisione da prendere a cuor leggero, soprattutto se a nostro nome abbiamo un libro che potrebbe non rappresentare una fonte di guadagno consistente o regolare.
All’inizio è quindi consigliabile configurare le vendite come “occasionali”, rilasciando ricevute in carta semplice (non fiscale, si trovano in cartoleria). In periodo di dichiarazione dei redditi si inserirà quanto guadagnato nella voce apposita. Poi, se il libro dovesse andare bene, ci toccherà diventare editori o rinunciare alle vendite dirette (grazie, Italia).

Uno dei capitoli della guida si riferisce ad “una brutta esperienza”, ti va di raccontarcela?

Certo. Inizialmente avevo piazzato l’ebook solo sugli store principali: Amazon Kindle, Itunes e Kobo/Mondadori. Amazon faceva la parte del leone (più del 90% delle vendite degli ebook), ma dopo qualche mese ho pensato di estendere l’offerta.
Ci sono servizi che promettono di gestire la vendita su decine di store diversi, in cambio di una percentuale non esosa. Non pensavo avrei guadagnato molto di più (anzi, per certi versi forse vale la pena concentrare le vendite in pochi buoni store), ma volli provare lo stesso. Tenni per me i tre canali già avviati, e mi rivolsi a uno di questi servizi, penso il più famoso in Italia, che prometteva la gestione di circa una trentina di store. Tra questi ne figuravano molti di sconosciuti, ma anche alcuni interessanti e inaccessibili per un autopubblicato, come IBS.it.
Il primo impatto negativo fu la richiesta di inserire il loro logo in copertina: giustificarono la pretesa definendolo un “marchio di garanzia”. Rifiutai immediatamente: il libro era un mio prodotto dall’inizio alla fine, frutto di un anno di lavoro, e loro entravano nel processo di vendita solo nell’ultimo anello della catena, senza aver avuto voce in capitolo nemmeno su una virgola e senza aver aggiunto alcun valore al testo. In cosa il loro logo avrebbe rappresentato una garanzia?
Di fronte al mio categorico rifiuto si ammorbidirono e rinunciarono alla pretesa, ignorando quindi le loro stesse regole. Già qui sarebbe potuto nascere qualche sospetto sulla serietà…
Superato lo scoglio iniziale, il processo di pubblicazione fu facile come per gli altri store. A parte l’estensione dell’offerta non ho trovato quindi un vantaggio evidente per l’utente.
Dopo circa un mese dall’iscrizione del libro al loro sito, mi insospettii per la totale assenza di vendite e andai a verificare la presenza del mio ebook sugli store da loro gestiti. Ne presi dieci a campione: su sei il mio ebook era registrato male (senza copertina o in categorie sbagliate) o non c’era affatto.
Quando feci presente la cosa, mi fu risposto che la qualità del loro servizio era alta e che la colpa era dei vari store, perché lenti ad aggiornare.
Bah. Credo che un servizio ben fatto sia uno che risolve i problemi, non che li crea. Non è possibile che sia il cliente a doversi accorgere che un libro non c’è o è registrato male dopo un mese che il loro software dice che è online, considerando oltretutto la pretesa di essere un “marchio di garanzia”.
Dopo altre tre settimane, verificai tutta la lista: il mio ebook era presente solo in 18 store su 33. Le vendite, nel frattempo, erano rimaste a zero. Evidentemente era un servizio di cui potevo fare a meno.
Persi la pazienza e chiesi la rimozione immediata del mio ebook dai loro archivi. Seguì una spiacevolissima quanto infantile conversazione con il titolare dell’azienda, che in pratica pretese di avere le prove di quanto asserivo e mi accusava di non essere serio perché “non li aiutavo”.
Risultato di sette settimane sui loro 33 store: zero vendite e molti fastidi. Nello stesso periodo, solo su Amazon, 354 vendite regolarmente registrate, senza un solo problema.
Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Pensi che l’aver ingaggiato un editor professionista per “Sulla Strada Giusta” abbia fatto la differenza?

Senza nessun dubbio. Il testo, dopo le mie revisioni, era abbastanza buono, ma l’aiuto di un editor professionista lo ha ripulito e levigato, senza cambiarne l’identità. Lo ha reso più scorrevole e piacevole alla lettura e, ovviamente, ha corretto le centinaia di piccoli errori che mi erano sfuggiti, nonostante le riletture.
È proprio questo il problema: dopo un po’ di tempo passato sul testo, l’autore non legge più le parole che ha scritto, ma quelle che ha pensato. Attinge direttamente alle idee che lo hanno spinto a scrivere, e non riesce più a verificare se sia riuscito a rispettare le sue intenzioni iniziali. Ecco perché serve un parere esperto, ed esterno.
Se nemmeno gli scrittori più esperti e blasonati rinunciano all’editor, non capisco proprio come mai tanti autori esordienti abbiano la convinzione (e in alcuni casi anche l’arroganza) di essere in grado di fare tutto da soli, e di farlo bene.
Autopubblicare non significa necessariamente “fare tutto da solo”, e una buona autopubblicazione dovrebbe sempre essere “assistita” da figure professionali che vadano a colmare le lacune dell’autore.
Scrivere ed editare sono due mestieri diversi ed è bene che lo facciano persone diverse. Il testo non può che giovarne, e così i risultati ottenuti.

Il libro è cambiato in qualche modo nel passaggio a Rizzoli?

Di pochissimo. La differenza più grande è l’assenza delle citazioni che avevo messo a inizio capitolo. Quando mi è stata proposta la rimozione mi stavo inalberando, ma la spiegazione dell’editor mi ha convinto.
“È una cosa che fanno i principianti”, mi hanno detto. “Cercano di impreziosire le proprie parole con quelle di persone più famose di loro. Tu, però, non ne hai bisogno: il libro è già bello così com’è.”
La risposta mi ha addolcito subito, e ho accettato la modifica.
Il testo è rimasto inalterato nella struttura. Rizzoli stava acquistando i diritti di vendita di un libro che aveva già venduto molto bene, e immagino abbiano pensato che modificarlo in modo sostanziale offrisse più rischi che vantaggi.
Nonostante questo, il testo ha comunque passato una nuova fase di editing leggero, più due riletture, fatte da tre persone diverse. Ad ognuno dei passaggi sono stati segnati altri piccoli errori e limate piccole asperità di linguaggio, fino ad arrivare a una pulizia quasi totale.
È una cosa che mi ha stupito: da una parte ho visto il team di una grande casa editrice al lavoro, dall’altra mi sono reso conto ancor di più dell’importanza di un lavoro di editing. Mi ricorda l’effetto di una pialla che scorre su un legno ruvido: ad ogni passata scende qualche truciolo, e servono moltissimi passaggi prima di rendere il legno perfettamente liscio.
Ultima differenza, in questo caso estetica: la copertina. Non ho avuto voce in capitolo nella scelta di quella nuova e, ad essere sinceri, avrei preferito qualcosa in continuità con la precedente. Immagino abbiano avuto le loro ragioni, e spero che la scelta sia stata buona. Quando si firma con una casa editrice bisogna anche fidarsi un po’, suppongo. Altrimenti meglio restare autopubblicati.

Quali sono le differenze quando si inizia a lavorare con una casa editrice tradizionale? Adesso ti senti un “vero” scrittore?

Personalmente non sento in me nessuna differenza. Quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo “scrittore”, e la risposta mi fa ridere tanto adesso quanto prima. Mi sento un po’ ridicolo a definirmi scrittore quando ho solo un libro “vero” pubblicato a mio nome.
D’altra parte dal 2015 è l’unico mestiere che faccio, e mi sono mantenuto prima con i proventi delle vendite e poi con gli anticipi sulle royalties. Quindi, di fatto, sono davvero uno scrittore, ma ho ancora molta strada da fare prima di smettere di ridere alla mia risposta.
Ora che Rizzoli gestisce i diritti di “Sulla strada giusta”, per certi versi mi sento tenuto all’oscuro di molte dinamiche che prima erano in mano mia: non so quanti libri sono stati venduti, come stanno andando le cose, che decisioni vengono prese ai piani alti. Mi piacerebbe essere tenuto al corrente più spesso, ma forse devo solo abituarmi alla nuova realtà.
In compenso ci sono alcune persone che “lavorano per me”: sono in contatto molto frequente con due ragazze gentilissime che lavorano all’ufficio stampa, una per il rapporto con TV e giornali (per il momento ancora scarso), e una per l’organizzazione di eventi e presentazioni. Poi c’è la mia editor che mi fa da referente per tutte le comunicazioni con Rizzoli, chi gestisce i diritti e i pagamenti, e tanti altri. Si percepisce la sensazione di essere in team, insomma.
Il lato negativo è che alcune responsabilità sono rimaste in buona parte a me. Quella di farmi conoscere, ad esempio. Anche se Rizzoli mi considerasse il loro autore dell’anno (e non è questo il caso), da sola non può imporre un libro ai lettori o alla stampa, a meno di non investire enormi cifre di denaro, che riserverà per autori più blasonati.
Devo lavorare ancora un po’ sulla mia visibilità, insomma.

So che stai lavorando al tuo secondo romanzo, ti va di darci qualche anticipazione?

Volentieri. La prima cosa da dire è che non sarà il seguito di “Sulla strada giusta”, come alcuni avrebbero pensato o sperato. Quello è un libro che si può scrivere una volta per decennio, e ha rappresentato il mio ingresso nel mondo dell’editoria. Per me è ora di seguire la mia indole artistica e di tentare con la narrativa.
Il secondo romanzo, di cui non ho ancora stabilito il titolo, è a buon punto. È ambientato in un futuro prossimo, circa un paio di secoli da oggi. La società che descrivo è, per certi versi, quella che mi auguro: il mondo è in pace, i confini sono stati abbattuti e l’umanità lavora per il bene comune. La tecnologia è al servizio dell’uomo che, liberato dalla schiavitù del lavoro, può dedicarsi ad altro. Il progresso scientifico ha portato a uno stato di benessere e salute senza precedenti. Per molti versi è davvero una società utopica.
Ovviamente le cose non sono tutte come sembrano… ma dovrete aspettare un altro po’ per saperne di più!
Sono soddisfatto del risultato ottenuto finora, alla conclusione della prima revisione. A detta dei primi pochi lettori di test, il romanzo è avvincente. Ci sarà spazio per azione, amicizie, amori, colpi di scena, e anche per riflessioni importanti che faranno capire ai lettori di “Sulla strada giusta” che l’autore sono sempre io. Vedremo.

E quindi Francesco… Per concludere, volevo chiederti, ma quanto sei stato fortunato?!

È un bene che io sappia che la tua domanda è ironica!
Sai bene che ho un pessimo rapporto con le parole “fortuna” e “sfortuna”… soprattutto con la facilità con cui vengono usate per giustificare le sorti di una persona o di un’impresa. Io la vedo in questo modo: ci sono cose che non possiamo controllare per nulla (che tempo farà), e cose che possiamo controllare del tutto (i nostri pensieri). In mezzo ci sono tutte le sfumature.
Una persona che sia “fabbro della sua sorte” non spende un’unghia di energia contro le cose che non può cambiare, ma combatte con tutto se stesso contro quelle che può controllare.
Quando però una persona dice: “è questione di fortuna (o sfortuna)” ignora il contributo personale. Rivolto verso se stesso è un modo per deresponsabilizzarsi (e giustificarsi, in certi casi), ma rivolto verso altri è irrispettoso nei confronti dell’impegno e del lavoro svolto.
Ritengo di essere stato fortunato perché sono nato in salute, in una parte di mondo in cui non rischio di morire di fame o che mi sparino addosso, con una famiglia che mi ama e che ha provveduto alla mia crescita. Non ho alcun merito per questo fortunato punto di partenza, ma sono arrivato dove sono oggi affrontando personalmente il mio percorso e le sfide della vita. Ho combattuto le mie battaglie e contato vittorie e sconfitte. È stata una lunga salita, piena di ostacoli, e tutt’altro che terminata. Per questo non la prendo benissimo quando dicono che “sono stato fortunato”, anche se per altri potrebbe essere più comodo pensare il contrario.

Vuoi sapere una curiosità?

Ho avuto grandi difficoltà a piazzare la mia guida all’autopubblicazione. Mi aspettavo che la storia della mia “impresa editoriale” facesse da biglietto da visita, ma ho trovato grandi resistenze. Strano a dirsi, i più diffidenti sono proprio gli aspiranti scrittori.
Ne ho sentite di tutti i tipi: “eh, ma tu sei un’eccezione” (in cosa? Non sono mica il figlio di qualche vip), “eh, ma tu avevi qualcosa di interessante da dire” (dal che ne deduco…), “eh, ma le case editrici sono meglio” (salvo poi lamentarsi che le case editrici non li considerano o non lavorano come si aspettano).
La cosa più fastidiosa però è stata non essere creduto. Le statistiche di vendita su Amazon non sono visibili al pubblico e le famose 10.000 copie sono un dato che ho calcolato io, centinaio più, centinaio meno. Non è difficile: so quanti libri ho stampato e quanti me ne sono rimasti, e so quante copie sono state scaricate.
Dopo aver raccontato la storia della mia vita, mettendomi a nudo di fronte a un pubblico, non mi sarebbe mai passato per la testa di inventare un successo che non ho avuto. A che scopo? E comunque, basterebbe guardare le recensioni… eppure non sono stato creduto da tutti. Sono stato persino deriso da una maleducata che, a detta sua, lavora nell’editoria da vent’anni.
Invidia? Ottusità? Frustrazione per non aver mai sfondato? Non saprei, ma è stato seccante.

Da ex ingegnere a scrittore: l’impresa editoriale di Francesco Grandis ultima modifica: 2017-06-27T10:21:29+00:00 da Sonia Lombardo
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