[..] poema in distici eroici di novecentonovantanove versi, suddivisi in quattro canti, fu composto da John Francis Shade (nato il 5 luglio 1989 e morto il 21 luglio 1959) durante gli ultimi venti giorni di vita, nella sua abitazione di New Wye, Appalachia, USA.

Personaggi e luoghi del romanzo di Valdimir Nabokov, dato alle stampe nel 1962 in America, immediatamente dopo il successo di “Lolita”, sono del tutto frutto d’invenzione, un chiaro escamotage per lanciare la sua critica alla rivoluzione e alla conseguente instaurazione del regime comunista nella Russia dalla quale fu costretto a fuggire già nel 1917. Non per questo, “Fuoco Pallido”, vuole essere un elogio della nobiltà, anzi, con sferzante ironia, Nabokov, trasferisce nel personaggio di Charles Kinbote tutti i difetti e l’ottusità di un nobile decaduto.

Professore di lettere presso lo Wordsmith College di New Wye, Charles Kinbote è in realtà il presuntuoso ed invadente re Charles II di Zembla (anche questo inventato Stato del nord dell’Europa). Kinbote, in fuga dal suo regno per via delle rivolte popolari, irrompe nella vita del collega e poeta John Shade, quando quest’ultimo, ormai giunto all’età della saggezza, è alle prese con la stesura del “poema della vita”.

Kinbote inizierà ad auto invitarsi a casa dell’artista, a seguirlo e spiarlo convinto che Shade dovrà fare della sua opera un inno alla splendente Zembla e alle gesta del suo Re. Sarà talmente pressante la sua insistenza su Shade che, alla fine, riuscirà ad entrare in possesso delle pagine di “Fuoco Pallido” e a divenirne l’unico curatore alla morte del poeta; morte violenta avvenuta per mano di un attentatore.

E’ proprio a questo punto che il romanzo diventa un iperromanzo: le storie dei tanti personaggi – Charles II, l’assasino Jakob Gradus (alias Jack Gray), il poeta, la moglie Sybil e sua figlia Hazel morta suicida – si sovrappongono l’una all’altra nel tentativo di Kinbote di infilare nell’opera riferimenti alla sua storia anche quando, in realtà, Shade non ne ha scritti affatto, snobbandolo del tutto. Il personaggio descritto da Nabokov, però, risulta talmente egocentrico da non poter accettare un simile smacco e comincia, così, ad alterare verso dopo verso “Fuoco Pallido” con delle note che sono una evidente forzatura, strappando al lettore anche qualche risata.

Il risultato finale è un romanzo costituito da un poema sulla vita di un autore, così come egli l’ha vissuta, e delle note a margine che ci raccontano tutt’altro, lasciandoci sempre dubbiosi sulla verità oggettiva dei fatti esposti da Kinbote.

“Fuoco Pallido”
è un libro sulla doppiezza della natura umana. Un libro che con onestà ed ironia, vuole rompere con il perbenismo tipico della società americana degli anni ’50.

“Fuoco Pallido”, un iperromanzo da ridere ultima modifica: 2011-03-18T19:48:12+00:00 da Sonia Lombardo