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L’ispettore Levanti

Più tardi, tornando alla centrale nella sua macchina, una cinquecento che lo costringeva a guidare con le ginocchia sotto il mento, Marco Levanti, ispettore della squadra mobile, prese il suo registratore portatile dal cruscotto per appuntare degli elementi che non avrebbe potuto evidenziare davanti ai diretti interessati, particolari all’apparenza secondari, salvo per il suo intuito da poliziotto che si accendeva come una spia ad ogni sospetto.

Estrasse dal taschino della giacca la fotografia di Elena, la sistemò in equilibrio tra il quadrante e lo sterzo. L’aveva scelta in mezzo al mucchio soltanto perché più recente, ma quella ragazza aveva sempre un’espressione inerte. A qualunque età o ricorrenza le fossero state scattate quelle istantanee, Elena esibiva sempre il viso impassibile di una bambola di porcellana.

scrittura collettiva REC. :

Il soggetto conduce una vita monotona: casa e lavoro. La sua stanza era eccessivamente rassettata, nessun segno che lasciasse intuire la presenza di una donna. In apparenza non esistono moventi per cui Vinti Elena volesse far perdere le tracce, però, è rilevante l’ostilità dei rapporti familiari: patrigno depresso, madre ansiosa, fratello minore assente e Giulia … Giulia … dovrebbe perdere qualche chilo. Comunque sia, nessuno si è occupato di avvertire il figlio della scomparsa. I parenti vanno interrogati separatamente.

STOP.

Marco Levanti sentì squillare il cellulare; dover rispondere mentre era alla guida lo mandava fuori di senno, attaccarsi all’auricolare lo faceva sentire ridicolo e inoltre considerava quegli aggeggi tecnologici superflui. Lui che aveva ridotto la vita all’essenziale e se ne andava in giro in una trappola d’auto con l’aspetto di chi ha dormito con i vestiti indosso, era costretto ad usarli per via del lavoro. Accettò la chiamata: imbottigliato nel traffico, raggomitolato nella sua ‘500 finestrini bloccati, si vedeva Marco Levanti parlare da solo.
- Ispettore, ci è stata segnalata un’altra scomparsa. Dovrebbe recarsi in Via delle Metamorfosi.
- Adesso c’è un gran casino qui, ma cercherò di fare il prima possibile. Avete già mandato gli agenti sul posto?
- Si, ispettore, l’attendono.

La fila accanto alla sua ricominciò a muoversi. Un uomo al volante di un’auto sportiva ingranò la marcia e gli mostrò il dito medio sfrecciandogli di fianco. “ Lo sapevo ” si disse l’ispettore “ succede sempre così ”. Quel brutto vizio di gesticolare non era riuscito mai a toglierselo e quando gli capitava di discutere all’auricolare con i suoi sottoposti, la gente intorno non poteva fare a meno di pensare che l’avesse con loro. In un eccesso di orgoglio sfoggiò la sirena sul tettuccio per lanciarsi all’inseguimento dell’uomo dal “dito a molla”. Aveva tutta l’intenzione di parargli sulla faccio il tesserino della polizia e restare a guardarlo mentre balbettava mortificato qualche parola per impietosirlo. E mentre godeva del suo senso di superiorità l’automobile di quell’uomo appariva ormai soltanto un puntino rosso metallizzato indifferente ai semafori.

Al suono lamentoso della sirena, le auto in coda saltarono sui marciapiedi con l’unico risultato di scatenare la rabbia dei pedoni e scansare lo sbuffo di fumo nero che avvolgeva il cofano della ’500: era bastato appena un principio di inseguimento a far esplodere il motore con un boato che zittì il solito clangore della strada.
Bloccato al centro di un corteo di macchine, Levati sussurrò – Merda.

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