L’automobile arrivò sfrecciando attraverso il sentiero nel bosco, si fermò di colpo facendo slittare le ruote in un pericoloso testacoda davanti al vecchio capanno. Dal rumore sembrava quasi che il motore di quella Renault usata stesse per esplodere. Poi, lentamente si spense.
Soltanto dopo qualche minuto il conducente si decise ad aprirne la portiera, ma senza accennare la minima volontà a venirne fuori. Il ragazzo continuava a guardare attraverso i vetri per accertarsi che nessuno l’avesse seguito e che il rifugio fosse vuoto. Quando ne fu certo i suoi movimenti divennero svelti: uscì dall’auto e richiuso con violenta noncuranza lo sportello dietro di se si diresse verso il cofano.
Era un giovane alto ed elegante dalla dubbia bellezza dato che il suo abbigliamento non concedeva molto spazio all’estetica: indossava il cappotto con il bavero alzato che gli copriva il viso fino al naso e un cappello a falda larga ben calcato sulle orecchie, lasciando appena uno spiraglio al suo sguardo preoccupato.
Chiunque si fosse trovato a trasportare un corpo nel cofano della propria auto avrebbe avuto quegli occhi spiritati. Non era un cadavere, la ragazza si dimenava quando lui la prese in braccio per portarla dentro. Aveva i polsi e le caviglie legate con del nastro adesivo, lo stesso che probabilmente le impediva di urlare, emetteva soltanto dei mugolii attutiti dal sacco di tela dove le aveva infilato la testa.
Portarla nel capanno fu un’impresa per il suo rapitore: si sentiva indebolito dallo stress e dall’ebbrezza che gli procurava la sensazione di possedere quel corpo agile che, in realtà, continuava a sfuggirgli dalle braccia e già al primo scalino per accedere al portico del rifugio, cadde per terra. Il ragazzo rimase a guardarla, rosso, ansimante di rabbia per se stesso e per lei che non voleva capire. L’afferrò per le mani e la trascinò all’interno, spingendola sull’unica sedia di quel alloggio spoglio e maleodorante di umidità. Si tolse il cappello per asciugarsi la fronte con la manica del cappotto e attese che il suo respiro tornasse regolare. Sapeva giunto il momento che temeva di più in assoluto: sfilarle il sacco dalla testa. Prese coraggio e lo fece di scatto, via cappuccio e nastro. Le procurò un dolore così intenso che la ragazza non riuscì immediatamente a mettere a fuoco il volto dell’uomo che se ne stava piantato davanti a lei come nell’attesa di essere riconosciuto.
Si fissarono a lungo, nei loro sguardi non c’era più nessuna paura, ma una sorta d’incredulità che montava la rabbia reciproca. Quando lui le voltò le spalle per uscire, la ragazza si sentì come esplodere.
- MA CHE FAI ! – urlò.
L’uomo tornò indietro sforzandosi di mantenere la calma, avvicinò il suo viso a quello di lei, i loro nasi quasi si toccavano.
- Non urlare. Non dire una sola parola, intesi?
Per tutta risposta si prese uno sputo in faccia e allora per lui non ci fu più modo di dominarsi: ebbe l’impressione che la sua mano fosse più veloce dei pensieri a colpirla con potenza, rapidità, per una volta senza alcuna esitazione. Elettrizzato dalla vista del sangue, la picchiò fino a sentirne il sapore fino a perdere il fiato.
L’automobile si allontanò sfrecciando attraverso il sentiero nel bosco, il conducente piangeva sotto il cappello a falda larga ben calcato sulla testa.
Se chiudeva gli occhi la rivedeva ancora lì davanti l’ingresso del negozio: gli era rimasta impressa quella immagine di lei quando si toccava i capelli o com’era vestita; gli piaceva aspettarla per scoprire cosa indossasse. Le volte che riusciva a parlarle era magnifico persino chiacchierare di niente, ma adesso quando chiudeva gli occhi, si accorgeva che proprio niente era rimasto, eccetto i ricordi che non riusciva a distinguere quasi più dall’immaginazione. Adesso ogni giorno somigliava a quello precedente e infondo la cosa non gli pesava, aveva bisogno di equilibrio e compiere sempre i medesimi gesti lo rassicurava.
Si lavava i denti, rifaceva il letto con la stessa cura e l’attenzione di un restauratore perché in un preciso momento della sua vita iniziò a soffrire il panico. Tutto diventava confuso come se il mondo si sgretolasse intorno a lui che lottava con la difficoltà a riconoscere volti e luoghi. Non sapeva com’era possibile, ma ricordava perfettamente l’istante esatto in cui i disturbi cominciarono a farsi sentire: era nascosto dietro la tenda della finestra che dava sul locale e la vide abbracciata ad un altro.
Si era trasferito in quella casa per guardarla ogni volta che poteva, incontrarla quasi per caso di ritorno dai suoi giri di commesso; anche il lavoro l’aveva scelto per starle accanto, di certo non si sentiva realizzato facendo il rappresentante di carta e plastica per i negozi, ma quando andava al Cafè di quella donna gli era riservato un trattamento speciale, con le sue lusinghe lei lo faceva sentire unico. Baciarla fu come una promessa.
Soltanto da quel giorno alla finestra comprese che le stesse attenzioni erano destinate anche ad altri, con gli stessi atteggiamenti, uguali, come se ci fosse stato lui tra le sue braccia. Ogni singola carezza gli si scaricava addosso in una raffica di fitte al petto, la sensazione di non respirare divenne così insopportabile da svenire.
Quando riprese i sensi gli effetti dello shock erano completamente spariti, si sentiva rilassato, ormai aveva deciso: l’avrebbe tenuta con se per sempre.






0 Responses
Stay in touch with the conversation, subscribe to the RSS feed for comments on this post.