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La famiglia

Giulia rimase ancora ad analizzarsi. Spalancò le palpebre: “Occhi rigati di sangue”. Cacciò la lingua: “Alito fetido”. Pessime condizioni fisiche fu la diagnosi.
“Sono come un animale entrato in letargo sei mesi fa ” pensò “ tutto per quell’incidente. Acceleratore fino in fondo, fino a quando è troppo tardi per frenare”.
Schizzò fuori frantumando il parabrezza con la testa, volò a qualche metro da terra e poi, “e poi buio”.

romanzo collettivo Giulia si prese la licenza di prolungare quel volo, di restarsene in coma fino a primavera. Faceva ancora troppo freddo per uscire e non aveva intenzione di finire a vendere vestiti a degli adolescenti e magari a dover fingere pure di essere simpatica. Se ne restò in ciabatte a ciondolare per casa, lontana dal resto del mondo. Quando non dormiva, occupava le sue giornate seduta alla scrivania davanti l’unica finestra, collezionando ritagli di giornale. Si sentiva affascinata dal senso d’impotenza, da chi viveva sospeso con il pericolo imminente di un bombardamento, di un fucile puntato alla tempia, di un pullman prossimo ad esplodere. “ Cos‘è che si pensa prima di morire? ”
Lei non aveva pensato a niente prima del coma, nessuna visione mistico-rivelatrice, ma dal risveglio osservava il mondo come una graziata cui era stato concesso di non provare tanta disperazione. Però, non era al riparo dalla paura, dal dubbio che forse prima o poi sarebbe arrivato il suo turno, le sarebbe toccato di restare ferita sul serio e capì di non sapere ancora cosa fosse davvero il coraggio.

Tra questi pensieri la mente le sfiorò il ricordo della sua famiglia: la immaginava come sempre, la copia al negativo di una famiglia perfetta. Ma alla luce del sole lo vedevi il seme della viltà che covava in ognuno di loro, era lì che scavava giorno dopo giorno.
Tra questi pensieri si decise a richiamare suo fratello:
- Ciao Andrea.
- Giulia è tutto il giorno che ti cerco. Devi correre a casa. Elena non è tornata. Non sappiamo che fine ha fatto.
- Bhè era ora …
- Smettila di fare la stupida e vai da mamma che tra un po’ le viene un infarto. Io adesso proprio non posso andarci.
- E che avrai mai da fare Andrea?
-Ti sembra così strano che anch’io abbia una vita privata? HO DETTO CHE NON POSSO E BASTA!
- Lo vuoi un consiglio da sorella? Datti una calmata ok?
Così si concluse la telefonata. Quello era il massimo del dialogo che si concedeva con i suoi familiari. Non c’era da stupirsi, le cose stavano così da sempre.

Giulia si vestì e scese in strada, saltò rapida nella vecchia monovolume perché l’aria fresca e il sole d’inverno le davano il capogiro. Erano mesi che non guidava, ogni volta che un’automobile le sfrecciava accanto di riflesso il suo piede pigiava sul freno senza azzardarsi a lasciare il parcheggio. Per qualche minuto contemplò la città immutata, tremenda, aggressiva come sempre; aveva imparato a conoscerla, a corrispondere perfettamente a quel profilo e lasciò che fosse l’istinto a condurla verso casa dei suoi.

La madre aprì la porta d’ingresso prima ancora che lei suonasse il campanello. Era in preda al panico, le si attaccò al collo piangendo. Giulia non sopportava l’aria di tragedia che si respirava in casa da quando era bambina e la teatralità dei gesti di sua madre.
- Mamma dai… calmati e spiegami che succede.
- Vieni, c’è l’ispettore di là.
Man mano che si avvicinavano alla sala da pranzo Giulia sentiva il cuore sprofondarle nello stomaco: sapeva che l’avrebbe visto e infatti prima che terminasse il corridoio già intravedeva il piede del suo patrigno. Odiava quel piede grassoccio avvolto nel suo calzino bianco, sempre quello da quando ne aveva memoria, indizio d’un corpo flaccido accasciato sul divano e di un viso disperato come a voler rievocare colpe remote. Inevitabile non inciampare in quel piede tutti i giorni passando per la colazione o non sentirlo insinuarsi tra le gambe insieme al senso di colpa che cresceva all’unisono con loro anno dopo anno.
- Ciao.
Il patrigno le rispose con lo stesso grugnito stanco che lei stessa aveva rivolto a Valeria poche ore prima. Giulia cominciava a sospettare che pur non avendo il suo sangue stesse diventando come lui.

Fu presentata all’ispettore Levanti come la sorella minore di Elena.
- Molto piacere ispettore. Non so se le potrà essere utile per le ricerche, ma io ho anche un nome: Giulia. Vuole che le faccio lo spelling così può scriverlo sul suo taccuino?
- Non mi sembra molto preoccupata per sua sorella, signorina Giulia … con la J?
- Non le dia retta ispettore – disse la madre – fa sempre la sfacciata, ma le posso assicurare che è molto preoccupata … come tutti noi.
- Se glielo dice la mamma si può fidare, sono la preoccupazione in persona.
Fissò Levanti con inconsueta naturalezza da mangiatrice di uomini pensando che da tempo non incontrava qualcuno di così affascinante; da tempo non incontrava qualcuno.
- Signorina, da quanto non vede Elena?
- Un paio di giorni. Il sabato di solito si ferma a cena da me. E’ venuta anche questa settimana.
- Ha notato qualcosa di strano, le ha confidato le sue intenzioni?
- No, niente di particolare.
Giulia vide sua madre agitarsi sulla sedia; se qualcosa la infastidiva non lo diceva mai apertamente, aspettava che fossero gli altri a notarla.
- Cosa c’è che non va mamma?
- Niente niente … Non sapevo che Elena venisse da te, tutto qui.
“Sono tante le cose che non sai”. Giulia non le disse quelle parole, ma le aveva stampate nel suo sguardo ogni volta che lo rivolgeva verso sua madre.
- Signora – intervenne l’ispettore – le ripeto: esiste la possibilità che sua figlia si sia allontanata a causa di una lite, oppure, qualche dissapore.. anche al di fuori dell’ambiente familiare?
Nonostante Levanti si rivolgesse alla madre di Giulia, guardò il patrigno che seguitava a starsene disteso sul divano, con le mani sulla faccia, accennando un no continuo con la testa.

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