Non stupisce che siano passati più di quattro anni dall’ultima indagine ufficiale sul self-publishing in Italia, poiché quello dell’autopubblicazione è un fenomeno difficile da indagare, non tutti i libri autopubblicati vengono registrati con codice ISBN, non tutti i libri vengono distribuiti tramite canali ufficiali e i principali rivenditori per gli autopubblicati, ovvero quelli online, non sempre rendono pubblici i dati di vendita; primo fra tutti Kindle Direct Publishing, che resta praticamente inaccessibile alle stime.

Quello che emerge, però, dall’indagine dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE), presentata all’ultima edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria, Più libri più liberi, è un nuovo modo di guardare al self-publishing come fenomeno consolidato e non più un effetto collaterale della digitalizzazione in ambito editoriale.

Appena nel 2012 lo stesso Ufficio studi lo rappresentava come mera vanity press.

Adesso, finalmente, si fa riferimento a un “Modello Indie” anche in Italia, a servizi integrati per l’autopubblicazione, come accade negli Usa già da diversi anni, e viene riconosciuta la professionalità dello scrittore anche quando decide di non affidarsi all’editoria tradizionale.

Questo ha portato ad una crescita del mercato del self-publishing stimata intorno ai 17 milioni di euro, 1,6%-2,0% del fatturato dei canali trade.

Nel 2015 quasi un titolo su due (il 41,4% per la precisione) degli ebook pubblicati è self publishing. Parliamo di 25.817 titoli, per un confronto erano solo 146 nel 2010.
I titoli autopubblicati in formato cartaceo rappresentano circa l’8,9% della produzione editoriale complessiva (il 7,1% nel 2010).
Si stima che in totale siano circa 27-28 mila le persone che hanno scritto, scrivono e si siano autopubblicate, con una sovrapposizione non stimabile tra chi sceglie di farlo in versione tradizionale o esclusivamente/anche in digitale.

L’aspetto più interessante però non sta nei numeri, che abbiamo visto essere relativi, quanto nel cambiamento che essi rilevano. E’ lo stesso Giovanni Peresson, che ha guidato anche la prima indagine sul self-publishing nel 2012, a spiegare: “Oggi possiamo guardare al fenomeno come parte di un processo che sta cambiando i modi di scrivere e di leggere.
Leggiamo e scriviamo appunto molto di più – infinitamente di più – rispetto al passato. I numeri degli utenti giornalieri di Facebook, LinkedIn, Twitter, i siti di fan fiction sono lì ogni volta a mostrarcelo. Insomma, sembra di intravedere dei cambiamenti antropologici profondi nel modo di intendere e di intendersi lettori e scrittori”
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Sembra persino antiquato parlare di “fenomeno del self-publishing”, visto che ormai un libro può prendere forma in diversi modi – pubblicando sulle piattaforme sociali, sul proprio sito web, su KDP, ecc… – ma il loro successo dipende in buona parte dalla capacità dell’autore di relazionarsi direttamente con i lettori.

Queste nuove dinamiche di selezione del “prodotto libro” si inseriscono nel quadro più ampio di un paese in cui uno smartphone e un profilo sui social network rappresentano, per un’ampia fetta della popolazione (13milioni di italiani che vivono in comuni senza nemmeno una libreria), l’unico mezzo di accesso all’offerta culturale.

Se sia un bene o male lo lascio giudicare a voi. Certo è che, visto così, il self-publishing non può più essere considerato solo un hobby, ma una responsabilità.

L’evoluzione del Self-publishing in Italia: alcuni numeri su cui riflettere ultima modifica: 2016-12-19T19:43:37+00:00 da Sonia Lombardo