Propongo di seguito un nuovo il racconto nato dalla prima lezione del corso di scrittura creativa, Scrivila ancora Sam, inaugurando così il sito wiki-racconti, aperto ai vostri graditi e attesissimi contributi.

Vi ricordo che potete proporre delle modifiche al testo, scriverne un seguito, giudicarlo cliccando su “mi piace” di Facebook. Insomma, potete dare libero sfogo alla vostra creatività, vi basterà soltanto registrarvi.

Buon divertimento, e se arrivate fino in fondo fateci sapere quale dei due incipit preferite.

Aveva imparato a stirarsi le camice da solo, Andrea. A 29 anni viveva in una misera stanza in affitto al centro, non desiderando altro che essere come gli altri, come tutti gli altri. Avere un lavoro sicuro, una casa decente, un auto sufficientemente capiente da poter contenere un giorno almeno due bambini.
Per il momento, in assenza di un’aspirante madre, si era accontentato di quella stanzetta, presa alla svelta per sfuggire dalla sua di madre. Non perchè fosse la tipica genitrice asfissiante, ma perchè non la reputava abbastanza normale. Sua madre non gli chiedeva di allacciarle il grembiule da cucina dietro la schiena, non sfornava biscotti né proverbi consolatori, quando lui ritornava a casa afflitto da un qualche problema. Soprattutto, non lo aveva mai invogliato a cercarsi una brava ragazza “adesso che stai sulla soglia dei trenta!”. Semplicemente non le importava. Lo si capiva dall’incuria con cui gli stirava le camice.

Così, Andrea aveva imparato a farlo da solo, scoprendo pure di essere bravo.
La sua lotta alle stropicciature si svolgeva sull’asse da stiro con una meticolosità degna di Ted Bundy. Tanto che durante la giornata, che stesse in piedi o seduto, nel suo ufficio o in giro per i magazzini dei clienti, le pieghe delle sue camice e dei pantaloni rimanevano intatte, rigide come soldati sull’attenti.

Andrea faceva il rappresentante di articoli sanitari per le attività commerciali. Il lavoro consisteva nell’entrare nei negozi, bar, ristoranti e affini e chiedere ai proprietari di quanta carta igienica avessero bisogno e, nel caso si fosse reso necessario, mostrare loro le varietà e le qualità dei rotoli disponibili sul catalogo.

Era un lavoro normale, al di là dell’imbarazzo di doverlo spiegare. Il tutto era traducibile in una semplice frase: “mi occupo di rappresentanza”, lapidario e autorevole.
Poi, aveva un vero e proprio ufficio e l’occasione di poter snocciolare tutto un frasario tecnico, cosa che gli procurava una certa goduria. Termini come “portfolio clienti”, quando li sentiva dalla sua voce – proprio così, si ascoltava dire PORT- FO-LIO CLI-EN-TI, estraniandosi da tutto il mondo intorno – un brivido di piacere gli correva lungo la schiena. Il fatto è che ad Andrea non sembrava vero di essere entrato nel mondo del lavoro, degli adulti, della gente normale che la mattina si sveglia e corre a lavoro. Non gli sembrava vero di essere riuscito ad entrare a far parte di quella folta schiera di persone che vedi per la strada, trafelati, rispondere al telefono a qualcuno che li sta aspettando da più di mezz’ora e vuole sapere dove cazzo sono finiti. Cosa importa se poi è soltanto qualcuno che ha urgente bisogno di carta igienica?

Assolutamente niente. Ad Andrea bastava. Vendere carta igienica gli aveva permesso di allontanare i suoi famigliari: due sorelle dalla vita sconclusionata – l’una, ragazza madre scomparsa un bel giorno nel nulla, e l’altra una grassona depressa, sempre chiusa in casa, sempre in attesa di una chiamata che miracolosamente cambi il corso degli eventi – una madre affetta da manie di protagonismo che gli aveva messo in casa, fin dalla tenera età, un mezzo parassita d’uomo che in più di vent’anni di convivenza aveva pronunciato forse venti parole al massimo.

Adesso, il telefono di Andrea squillava e quando rispondeva poteva utilizzare un linguaggio forbito. Tutto era perfetto, le sue carte in ordine, le sue scarpe sempre lucide, impeccabili le pieghe dei vestiti. Si concedeva anche il vezzo di indossare un cappello, uno di quelli alla Bogart. E quando, entrando in un negozio, se lo sfilava via, i capelli rimanevano impeccabili, ogni ciuffo al suo posto; frutto di levatacce alle quattro del mattino e ore ed ore di pettinate chirurgiche. Ma lui godeva di questi piccoli momenti: degli attimi in cui, mettendo il piede sul primo gradino all’ingresso di un locale alla moda, si toglieva il cappello e i suoi capelli se ne stavano lì immobili; non aveva bisogno di uno specchio per controllare, lo sapeva. Sapeva di avere fatto un lavoro tanto certosino da far sembrare quell’acconciatura ingessata del tutto naturale.

Purtroppo per lui, però, gli altri esseri umani da cui era circondato non si dimostravano altrettanto gestibili. Non c’erano gel e ferri a vapore che tenessero. Così, Andrea, era costretto a subire le pernacchie dei colleghi, quando attraversava i corridoio della sede dell’azienda. Scherzi beceri di uomini in sovrappeso che, una volta fuori casa, non si lasciavano sfuggire occasione per sfogare tutta la volgarità della loro indole primitiva.

Più di tutto, Andrea subiva il naso del suo capoufficio. Un naso abnorme rispetto alla faccia cui pretendeva di appartenere, tutto butterato – parliamo di vere e proprie cunette da Parigi-Dakar – gli faceva sembrare gli occhi più piccoli e troppo vicini. Alla vista di quel naso, Andrea, sentiva la schiena imperlarsi di goccioline di sudore freddo: desiderava solo assestargli una testata, per appianare tutte quelle escrescenze.

Per questo tentava di sfuggirlo, cosa che stava mettendo a serio rischio il suo impiego, dato che come ogni capoufficio, anche il suo pretendeva un’attenzione e una deferenza eccessive per le reali capacità di leader di cui era in possesso.

Le riunioni erano il momento più tragico: sudava per difendersi dalle imboscate dei colleghi – ripulire una sedia da una qualche schifezza, eliminare i disegni osceni, di cui era il soggetto, distribuiti insieme alle relazioni trimestrali – e, poi, entrava lui, il capo, e Andrea non riusciva più ad afferrare una sola parola su obiettivi , brand, andamento dei diagrammi di vendita. Immaginava soltanto il momento in cui la sua testa, con un colpo secco, avrebbe schiacciato quel naso: crack. Sentiva chiaro quel suono e vedeva il sangue schizzare sulle facce attonite dei burloni lì attorno.

Così aveva optato per lo Zanax. Anche se si era ripromesso: mai psicofarmaci, mai come mia madre. Ma doveva assolutamente rimanere presente a se stesso. Assolutamente. Proprio per non finire come uno di quei borderline della sua famiglia.

In effetti, la cosa sembrò funzionare. Almeno fino al giorno in cui non mise piede e si tolse il cappello davanti a Michelle De Luca. Nemmeno se lo avessero lobotomizzato quella donna gli sarebbe rimasta indifferente.

Lei lo aveva toccato. Così, forse per gioco o per puro egoismo. Nel retrobottega, sfogliando i cataloghi, Michelle – tutta sorrisi e ammiccamenti – lo aveva toccato, quasi come se quelle mani non fossero sue, ma si muovessero animate da una volontà altra.

Andrea non sudava, non si era estraniato dalla realtà. Il sangue gli pulsava nelle tempie ad un ritmo da ictus, ma mai come in quel momento si era sentito vivo e cosciente. Quella donna non lo stava semplicemente provocando, per lusingarsi della sua eccitazione. No. Quella era una sfida: Michelle, stava sfacciatamente invadendo lo spazio vitale di Andrea, da sempre fatto di linee rette. Se lo stava prendendo, palpando, stropicciando come mai nessuno aveva osato fare prima. Solo che, adesso, Andrea, da tutte quelle curve proprio non sapeva come tornare indietro.

Un nuovo incipit per Storia Continua ultima modifica: 2010-05-08T01:21:38+00:00 da Sonia Lombardo